le copertine firmate di bolaffi arte

di Alessandro Masi
La storia che ha visto protagonisti più di cento artisti italiani e stranieri di questo secolo ed una delle case editrici d’arte, tra le più importanti d’Italia, la Bolaffi, è una di quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, non fosse altro che per amore di verità nei confronti del millennio che chiude.

Questa avventura è un’avventura insolita. Quando verso la metà degli anni ’60 l’editore Bolaffi, con un’intuizione prodigiosa, ideò le copertine d’autore per la propria rivista BOLAFFIARTE (divenuta poi dal n°116 del febbraio 1982, senza soluzione di continuità, l’attuale “ArteMondadori”), chiamò a raccolta oltre cento tra pittori e scultori.

A loro fu chiesto di creare espressamente un’opera originale da pubblicare in fronte alla testata che già allora contava migliaia di lettori. Alcuni di questi artisti già godevano di fama internazionale come Botero, Calder, de Chirico, Delaunay, Mirò, Manzù, Moore, Marini, altri avevano cominciato da poco il loro cammino nel mondo della pittura. Tutti insieme formavano comunque una formidabile squadra di attori destinata ad illuminare la scena dell’arte del XX secolo.

Fu la rivista a proporre i temi da sviluppare: l’Alfabeto, i Numero Arabi, i Peccati capitali, le Arti liberali, le Muse, i cinque Sensi, i colori dell’Iride, i semi e le figure delle Carte da gioco, i segni dello Zodiaco. Di ciascuna opera l’editore fece realizzare una tiratura, unica ed irripetibile, di 5000 esemplari firmati, numerati e recanti il punzone a secco della casa editrice a certificazione dell’originalità della firma ovvero del “cachet d’atelier”. Le tecniche allora adoperate furono: la fotolitografia, la serigrafia, il rilievo ed – in alcuni casi originalissimi – persino il collage.

La stampa fu sempre di alto livello, curata nei minimi particolari, sebbene all’epoca la tecnologia non godesse ancora del grande sviluppo di cui si avvale il moderno impianto multimediale.
Caratteristica particolare della raccolta, almeno sul piano ideologico, fu la grande liberalità. La collezione BOLAFFIARTE riunisce non solo tutti gli stili pittorici e scultorei, ma anche tutte le scuole e le linee di tendenza apparse durante questo secolo, a dispetto di ogni preconcetta divisione per ambiti e tensioni ideali che per decenni hanno contrapposto la critica e la storia dell’arte, premettendo di godere del tutto come di un grande mosaico riproducente non solo le tessere ma anche i segni primari di un unico segno della civiltà occidentale.

Questa in breve è la storia passata. Quella di oggi prosegue ed aggiorna i fatti, almeno da quando l’eredità è stata trasferita da Milano a Napoli, perché acquisita da Marotta & Marotta che a Napoli risiede. Il vasto patrimonio d’arte così come annunciato, si presenta intatto come fu immaginato all’epoca. A parte qualche defezione nelle quantità, la raccolta è uno straordinario strumento compatto ed originale per comprendere le ansie e le tensioni del ‘900 persino nelle più grandi sfumature. Il ‘900 si chiude in ordine sparso.

L’iconoclastia sembra avere il sopravvento. Nonostante il furore sovrapposto di immagini che ogni giorno invade la nostra vita, la leggenda sembra lasciare il racconto. “Nell’era virtuale – come afferma il saggista francese Regis Debrais – l’immagine perde sacralità. Ma la nostra società è nata a Bisanzio e dal Concilio di Nicea. La nostra, è un’iconoclastia paradossale. Il paradosso è che esistono molte immagini, ma non c’è più “l’immagine”. Inoltre, occorre aggiungere, a sostegno delle tesi espresse da Debrais, che la realtà del mondo attuale è una realtà fatta di immagini senza significati, dove il simbolo non ha più valore metaforico se non come margine della propria limitata e linguistica autosufficienza. All’epoca dei fatti (mi riferisco a quando Bolaffi dette vita alla collezione) le cose non stavano ancora così.

La degenerazione odierna non contendeva con i principii della creazione espressi allora da Marino Marini, da Emilio Greco, da Giacomo Manzù o, per citare ancora qualche altro esempio da Raphael Alberti, da Ben Vautier o Fernando Botero. Nelle opere realizzate da questi artisti per la raccolta Bolaffi vigevano ancora le regole ferree della distribuzione dei significati all’interno di un sistema di significanti, di simboli e segni aderenti ad un mondo di sogni a cui l’arte ha da sempre aspirato a partecipare con i propri utopici mezzi. Per questi motivi la qui presente collezione è una testimonianza unica!

Quando verso la fine degli anni ’80 Marotta rilevà l’immenso patrimonio culturale, alcuni intellettuali e critici d’arte plaudirono all’iniziativa che andava a rinvigorire il principio di organicità e di centralità del pensiero originario dell’arte sulla molteplicità apparente (e commercialmente di fatto) della duplicazione del manufatto artistico.

Nonostante il paradosso, infatti, essi rilevavano come la raccolta Bolaffi simbolegiasse ancora la sfida dell’uno contro il tutto, il molto, il tanto, il troppo del riprodursi dell’immagine fino allo svilimento del significato sul simbolo. Unfine, essa collezione è stata immaginata come un brano di innocente poesia contemporanea, cantata nelle rime di una lirica d’avanguardia, di un fronte della memoria e della storia che non ha ceduto e non cede alla devastante furia del tempo e delle mode.

Ai visitatori e ai collezionisti il futuro di questa storia.

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